At least 500 years...
At least 500 years...
Artist: Susanna Kwon
Genre:
Vocal music
Category:
Contemporary Music
Composer:
Various Artists
Supported languages: Italiano
Extended description:
Almeno 500 anni...
canzoni d'amore, filastrocche e ninna nanne d'Oriente
canzoni d'amore, filastrocche e ninna nanne d'Oriente
Un Paese che aveva dimenticato i bambini
La Corea, fino a cent’anni fa, era un paese che non aveva canzoni per i suoi bambini. Tra le cause, prima l’influenza del lato meno nobile del confucianesimo, poi il peso d’una dominazione giapponese che mirava a sradicare la cultura del popolo Han-guk.
I bambini si trovavano così a dover crescere rapidamente, spesso già sfruttati nel mondo del lavoro, privati di un’infanzia d’apprendimento e di gioco.
Tra i primi a battersi contro questa situazione di degrado, lo scrittore Jung Hwan Bang, che grazie alle sue campagne di sensibilizzazione arrivò a far istituire una giornata nazionale dedicata all’infanzia, nel 1923. Questa data di festa e di riflessione è celebrata ancora oggi in Corea, il 5 maggio.
Jung Hwan Bang fonda inoltre la prima rivista in lingua coreana dedicata ai bambini, ed arriva a coniare un termine – prima significativamente inesistente – che definisce il minore con un vocabolo compiuto.
Fino al secondo conflitto mondiale, data la pressione nipponica, i giovanissimi coreani si trovavano spesso ad orecchiare – e quindi cantare – marce militari giapponesi. Ma timidamente, a partire dagli anni ’30, iniziano a circolare brani concepiti per l’infanzia.
Col sopraggiungere del governo militare (a partire dal 1963) si infiltrano nelle filastrocche e nelle canzoni puerili temi di sfacciata propaganda politica, unitamente a testi che puntano sull’orgoglio nazionale e sulla insistente fiducia in un imminente sviluppo economico che chiede a tutti i coreani, grandi e piccoli, di far la propria parte.
Negli anni ’70, per le strade di Seoul, risuonava – coi primi chiarori del giorno – un inno diffuso via altoparlante: La campana dell’alba è suonata, una nuova mattina chiara è arrivata. Alziamoci tutti, per costruire insieme un nuovo paese. Una patria vivibile, fatta con le nostre braccia. E di domenica, studenti bambini e adolescenti si dovevano presentare muniti di una scopa nel proprio quartiere, per pulire le strade. Altro slogan tramutato in canzone, in quegli anni, formulava la volontà di Vivere bene e diventare ricchi.
È solo al principio degli anni ’90 che la Corea del Sud – al costo di innumerevoli vite umane, soprattutto di giovani, eliminati in pieno stile di dittatura sudamericana – approda a un governo non militare.
Il miracolo economico fortemente voluto e cantato da più generazioni, nel corso di trent’anni, è finalmente arrivato, insieme a molti miti occidentali, portando con sé una diffusa agiatezza (basata su equilibri instabili: vedi la crisi dell’economia che ha travolto il paese nel 1997), ma anche consumismo feroce che attualmente rischia di snaturare una cultura millenaria.
I brani che ho voluto proporre sono, nella maggior parte, quelli che io stessa cantavo a memoria, nel corso della mia infanzia. Ho preferito realizzarli senza arrangiamenti, senza interventi di sostegno strumentale, poiché credo che la loro forza evocativa stia anche nella semplicità di restituzione e nella spontaneità d’emissione.
Una nota infine sulle due melodie “Arirang”, popolarissime in Corea: il termine potrebbe derivare dal verbo “arida” che richiama una sofferenza psicologica, un dolore spirituale che si tramuta in dolore fisico. Per eseguire le molte versioni di “Arirang” è necessaria – a giudizio popolare – una dose particolarmente ricca di “han”, termine complesso, assai vicino al “duende” occidentale... “Han” che porta con sé il significato di un sentimento di tristezza e di speranza, di nostalgia e di volontà di riscatto.
Anche se cresciuto dall’altro lato del mondo, il popolo della penisola coreana ha sviluppato una sensibilità artistica assai vicina a quella latina. Non a caso, tanti giovani del mio paese coltivano il canto, ed in particolare il melodramma.

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