The best of Opera
The best of Opera
Eseguito da: Annika Kaschenz - Francesco Attesti
Genere:
Musica vocale
Categoria musicale:
Antologie
Compositore:
Autori Vari
Lingue supportate: Inglese , Italiano
Descrizione estesa:
LIVING MUSIC
Brevi note sulla registrazione
Brevi note sulla registrazione
Pianoforte e voce, un binomio che crea sempre emozione. La ripresa deve tenere conto della grande dinamica della voce femminile e del pianoforte, ben presente ma non invadente. Questi elementi, insieme alla ricostruzione ambientale, sono stati determinanti per ricreare l’evento sonoro. La voce di Annika, lucida e suadente, ci offre un’interpretazione ricca di pathos. Francesco la segue assecondando perfettamente la sequenza di emozioni che ci regalano i brani. Il pianoforte, che l’ingegner Marzaduri ha messo ha disposizione insieme alla splendida “Villa Dolfi Ratta” luogo di ripresa, era uno degli strumenti che Arturo Benedetti Michelangeli ha usato per i suoi studi. Il suono caldo e presente, si spande nel sound stage e, specialmente sui brani solisti, se ne percepisce la presenza fisica e dimensionale tra le due casse acustiche della sala di ascolto. Ma il punto di forza di questo cd è l’emozione che tutti i brani ci regalano, nota dopo nota.
Sotto l’aspetto tecnico il cd può aiutare molto per testare il proprio sistema, sia per la precisa collocazione spaziale dei due musicisti sia per la dinamica importate della voce. Solo un sistema equilibrato, e con una grande riserva di potenza può riprodurre a dimensioni reali dell’emissione del mezzo soprano.
Luogo della registrazione: VILLA DOLFI RATTA - Marzaduri - San Lazzaro di Savena - Bologna
Le origini del complesso risalgono al Quattrocento, quando la villa era un lazzaretto che si presentava come struttura fortificata chiusa a serraglio: le due torrette laterali che racchiudono la facciata tardosettecentesca erano infatti unite da un tratto di mura merlate, atterrate alla fine del XVIII secolo. All’epoca il serraglio era una struttura diffusa, innalzata sia per motivi sanitari che per difesa dalle scorribande dei briganti che infestavano il territorio. Le città stesse erano protette dalle mura. E’ possibile che il complesso, alla cui struttura originaria appartiene la cappella situata nella torre di levante, passasse poi ai Bentivoglio che avevano moltissime "delizie" nella campagna bolognese: dalla Palazzina della Viola alla Villa di Belpoggio al castello dei Rossi a Pontecchio e a molte altre. Proprietà vendute in seguito alla cacciata da Bologna nel 1507 e alla conseguente perdita di prestigio e di potere economico. Dalla metà del Cinquecento gran parte delle dimore bentivolesche furono rilevate da un ricco cavaliere di Pavia, tale Parati, il quale possedeva una cappella di famiglia nella chiesa della Misericordia a Bologna. La cappella era decorata da una pala del Bagnacavallo, tuttora in loco, sullo sfondo della quale è possibile intravvedere un edificio con mura merlate, corrispondente al complesso. Passato ai Grassi e quindi ai marchesi Ratta, nel 1730 diventò centro di investimento fondiario e sede di un’accademia d’arcadia, condotta dalla colta contessa Elisabetta Hercolani. Moglie bellissima del marchese Ratta, la contessa amava dare vita ad un salotto all’aperto, frequentato dai più begli ingegni della città: Eustachio Manfredi, lo Zanotti, il contino Algarotti. I rappresentanti della cultura della Bologna di metà Settecento. La mondanità proseguì poi a Villa Ratta negli anni ’70 del XVIII secolo, con il passaggio per via ereditaria ai Dolfi, i quali diedero un nuovo assetto alla villa facendo abbattere le mura e decorare la villa. Animatrice del salotto Dolfi, tra le avanguardie culturali della città, fu un’altra bella ed intellettuale nobildonna bolognese, la contessa Maria Diamante, maritata al conte Isolani. A quell’epoca, siamo nel 1777, la cultura dell’arcadia, al suo ultimo approdo, era rappresentata dalla poesia di Ludovico Savioli, amico dei Gandolfi e autore di una raccolta di canzonette, gli Amori, indizio di una nuova sensibilità. Del resto, anche nella decorazione degli interni si esprime la cultura avanzata di quel milieu intellettuale; cultura avanzata che a quelle date significa gusto archeologico e riscoperta dell’antichità. Bologna, prima legazione pontificia e dipendente da Roma, risente molto presto dell’incipiente neoclassicismo inaugurato nella capitale da Piranesi. Inoltre, alla metà del Settecento, nella città delle due torri soggiorna il grande archeologo Giovanni Gioachino Winckelmann, ospite di Carlo Bianconi, il teorico bolognese dell’arte classica al quale si devono gli stucchi "all’antica" di palazzo Zambeccari (1772). Un ciclo ornamentale che si può considerare un precedente della decorazione in stucco di una saletta aperta sulla loggia di villa Dolfi: cammei, medaglioni, candelabri, urne, vasi nello stile archeologico, su fondo rosa, ad imitazione dei fregi dell’età tardo romana, forse ricollegabili all’attività dello scultore Acquisti. Motivi che allora, quando il termine "neoclassico" non esisteva ancora, venivano chiamati in due modi tra di loro in apparenza discordanti: "all’antica", in base ai contenuti, propri dell’antichità, o "alla moderna", per contrapporli al vecchio, che era poi il barocco. Moderna, anzi modernissima, era la prassi esecutiva per realizzarli, direttamente sul posto, con stampi rifiniti a mano. Un procedimento assolutamente innovativo, in uso dalla metà del Settecento, che può essere considerato tra i primi esempi di lavorazione seriale.
Un’altra curiosità di villa Dolfi Ratta è rappresentata dalla ghiacciaia del parco, che risale probabilmente ai primi anni del Seicento. Tutte le ville erano dotate di ghiacciaie, strutture semi interrate che servivano a tenere in fresco le provviste. Queste costruzioni, ancora presenti in molte residenze bolognesi del contado con forme diverse, sono oggi molto apprezzate dai cultori dell’architettura moderna, che le considerano singolari primizie di progettazione funzionale. Nonostante la presenza, ridotta, di colonne ed elementi decorativi tradizionali, le ghiacciaie sono infatti veri e propri attrezzi: forme strutturali dovute al funzionamento e quasi "elettrodomestici in pietra", in anticipo sui tempi. Il loro uso veniva preparato nei mesi freddi, con la raccolta della neve, riposta per strati alternati a paglia, così da creare una sorta di coibentazione resistente da un inverno all’altro. Questo accorgimento favorì tra l’altro l’arte del gelato, tra le delizie della vita in villa.
Sotto l’aspetto tecnico il cd può aiutare molto per testare il proprio sistema, sia per la precisa collocazione spaziale dei due musicisti sia per la dinamica importate della voce. Solo un sistema equilibrato, e con una grande riserva di potenza può riprodurre a dimensioni reali dell’emissione del mezzo soprano.
Max Research
Massimo Piantini
Massimo Piantini
Luogo della registrazione: VILLA DOLFI RATTA - Marzaduri - San Lazzaro di Savena - Bologna
Le origini del complesso risalgono al Quattrocento, quando la villa era un lazzaretto che si presentava come struttura fortificata chiusa a serraglio: le due torrette laterali che racchiudono la facciata tardosettecentesca erano infatti unite da un tratto di mura merlate, atterrate alla fine del XVIII secolo. All’epoca il serraglio era una struttura diffusa, innalzata sia per motivi sanitari che per difesa dalle scorribande dei briganti che infestavano il territorio. Le città stesse erano protette dalle mura. E’ possibile che il complesso, alla cui struttura originaria appartiene la cappella situata nella torre di levante, passasse poi ai Bentivoglio che avevano moltissime "delizie" nella campagna bolognese: dalla Palazzina della Viola alla Villa di Belpoggio al castello dei Rossi a Pontecchio e a molte altre. Proprietà vendute in seguito alla cacciata da Bologna nel 1507 e alla conseguente perdita di prestigio e di potere economico. Dalla metà del Cinquecento gran parte delle dimore bentivolesche furono rilevate da un ricco cavaliere di Pavia, tale Parati, il quale possedeva una cappella di famiglia nella chiesa della Misericordia a Bologna. La cappella era decorata da una pala del Bagnacavallo, tuttora in loco, sullo sfondo della quale è possibile intravvedere un edificio con mura merlate, corrispondente al complesso. Passato ai Grassi e quindi ai marchesi Ratta, nel 1730 diventò centro di investimento fondiario e sede di un’accademia d’arcadia, condotta dalla colta contessa Elisabetta Hercolani. Moglie bellissima del marchese Ratta, la contessa amava dare vita ad un salotto all’aperto, frequentato dai più begli ingegni della città: Eustachio Manfredi, lo Zanotti, il contino Algarotti. I rappresentanti della cultura della Bologna di metà Settecento. La mondanità proseguì poi a Villa Ratta negli anni ’70 del XVIII secolo, con il passaggio per via ereditaria ai Dolfi, i quali diedero un nuovo assetto alla villa facendo abbattere le mura e decorare la villa. Animatrice del salotto Dolfi, tra le avanguardie culturali della città, fu un’altra bella ed intellettuale nobildonna bolognese, la contessa Maria Diamante, maritata al conte Isolani. A quell’epoca, siamo nel 1777, la cultura dell’arcadia, al suo ultimo approdo, era rappresentata dalla poesia di Ludovico Savioli, amico dei Gandolfi e autore di una raccolta di canzonette, gli Amori, indizio di una nuova sensibilità. Del resto, anche nella decorazione degli interni si esprime la cultura avanzata di quel milieu intellettuale; cultura avanzata che a quelle date significa gusto archeologico e riscoperta dell’antichità. Bologna, prima legazione pontificia e dipendente da Roma, risente molto presto dell’incipiente neoclassicismo inaugurato nella capitale da Piranesi. Inoltre, alla metà del Settecento, nella città delle due torri soggiorna il grande archeologo Giovanni Gioachino Winckelmann, ospite di Carlo Bianconi, il teorico bolognese dell’arte classica al quale si devono gli stucchi "all’antica" di palazzo Zambeccari (1772). Un ciclo ornamentale che si può considerare un precedente della decorazione in stucco di una saletta aperta sulla loggia di villa Dolfi: cammei, medaglioni, candelabri, urne, vasi nello stile archeologico, su fondo rosa, ad imitazione dei fregi dell’età tardo romana, forse ricollegabili all’attività dello scultore Acquisti. Motivi che allora, quando il termine "neoclassico" non esisteva ancora, venivano chiamati in due modi tra di loro in apparenza discordanti: "all’antica", in base ai contenuti, propri dell’antichità, o "alla moderna", per contrapporli al vecchio, che era poi il barocco. Moderna, anzi modernissima, era la prassi esecutiva per realizzarli, direttamente sul posto, con stampi rifiniti a mano. Un procedimento assolutamente innovativo, in uso dalla metà del Settecento, che può essere considerato tra i primi esempi di lavorazione seriale.
Un’altra curiosità di villa Dolfi Ratta è rappresentata dalla ghiacciaia del parco, che risale probabilmente ai primi anni del Seicento. Tutte le ville erano dotate di ghiacciaie, strutture semi interrate che servivano a tenere in fresco le provviste. Queste costruzioni, ancora presenti in molte residenze bolognesi del contado con forme diverse, sono oggi molto apprezzate dai cultori dell’architettura moderna, che le considerano singolari primizie di progettazione funzionale. Nonostante la presenza, ridotta, di colonne ed elementi decorativi tradizionali, le ghiacciaie sono infatti veri e propri attrezzi: forme strutturali dovute al funzionamento e quasi "elettrodomestici in pietra", in anticipo sui tempi. Il loro uso veniva preparato nei mesi freddi, con la raccolta della neve, riposta per strati alternati a paglia, così da creare una sorta di coibentazione resistente da un inverno all’altro. Questo accorgimento favorì tra l’altro l’arte del gelato, tra le delizie della vita in villa.
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